
- 27 Marzo, 2025
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Collaborazioni
Dentro l’acqua, sopra l’acqua: intervista a Paola Verrucchi, la professoressa che combina la divulgazione scientifica all’amore per il mare
La meccanica quantistica dà oggi accesso a fenomeni impensabili e applicazioni straordinarie, ma soprattutto insegna che non siamo noi, con le nostre limitate percezioni, a definire ciò che è reale: l’universo è molto più fantasioso di quanto noi possiamo vedere e immaginare.
Dei tanti modi che esistono per avvicinare le persone a un tema così – all’apparenza – complesso, Paola Verrucchi, Docente di Fisica Quantistica all’Università di Firenze, ha scelto il mare: con la sua barca Whisper, ha intrapreso un periplo intorno al Bel Paese, fermandosi in diversi porti per fare lezione a studenti e professori, ma anche a turisti, soci e velisti. Non una lectio magistralis, quanto il racconto di un’avventura per mare e per terra.
Professoressa, a noi piace sempre cominciare le interviste con una domanda un po’ romantica, in un certo senso. Com'è e come è nato il suo rapporto col mare?
«Per me la Terra è una palla di acqua che si chiama Pianeta Mare: le isole, le coste e le terre emerse ne fanno da corona. Quando mi muovo sul mare con la mia piccola barca a vela non cerco la velocità o la rotta ottimale, ma l’armonia fra movimento liquido sotto e respiro dentro di me, fra lo sciaguattìo contro il fianco della barca ed il tremolio della barra sul palmo della mano.
Il mio rapporto con il mare è di puro amore, non saprei come altro definirlo. Se è agitato e mi costringe in porto ne capisco le ragioni; quando si arrabbia mentre sono in navigazione lo guardo finché la sua bellezza scaccia il mio spavento. Quando sono lontana, mi manca da morire.
La mia storia di mare nasce dall’incontro con l’acqua salata. Uno dei miei primi ricordi è l’immagine di mille bolle luminose accompagnata dal senso di caduta. Mia mamma racconta che non avevo ancora tre anni e galleggiavo giuliva a qualche metro dalla riva della spiaggia di Seccione. Qualcuno mi aveva sistemato una tavoletta di legno sotto le ascelle per farmi star su, visto che non sapevo ancora nuotare. Narra la storia familiare che un’onda ignorante mi sfilò la tavoletta da sotto le braccia e mia mamma vide la testolina sparire sott’acqua. Mi raggiunse con una bracciata, ma io ero già tornata a galla, sputacchiante e divertita, ridevo e tossivo e avevo imparato a galleggiare.
Il passaggio da dentro a sopra l’acqua lo devo a una piccola deriva a vela, un’Alpa tris con la quale scuffiavamo talmente spesso che il passaggio era più ideale che reale.
La vela ha dato al mio rapporto con il mare una dimensione in più, ma non è la vela ad averlo creato. Mio nonno mi ha insegnato il rispetto per il mare, mio babbo il suo linguaggio, mia nonna il suo potere curativo, mia mamma a non averne mai paura e mio fratello ad essergli amica. Tutti mi hanno insegnato che il mare può essere soltanto amato».
Come è nata l'idea di combinare la divulgazione della meccanica quantistica con un giro d'Italia in barca a vela?
«È un’idea nata per caso, ma non a caso. Avevo quasi ultimato la preparazione del mio giro d’Italia e ne parlavo spesso con i miei colleghi, anche per risolvere i problemi logistici che la mia assenza avrebbe creato al gruppo di ricerca e alla didattica universitaria. “Perché non porti le tue lezioni sulla meccanica quantistica a giro con te lungo le coste italiane? Noi potremmo aiutarti a organizzarle, a prendere contatti con le scuole, a pubblicizzare gli eventi”.
Le “mie” lezioni sono quelle che da anni propongo alle scuole, nell’ambito della mia attività di divulgazione. “Noi” sono due fondatrici della start-up finlandese Algorithmiq, una delle più importanti nel mondo delle tecnologie quantistiche, e della sua divisione educational Qplaylearn.
L’idea sapeva di follia, ma non più di altre che già in passato si erano realizzate in progetti bellissimi e di successo. Feci presente che ci sarebbero state difficoltà logistiche, perché quando si naviga da soli e con una barca piccola come l’Alpa19 non esiste calendario e le date sono pericolose: un appuntamento, per quanto importante, non deve mai istigare alla partenza, se il meteo dice che bisogna ripararsi in porto.
Ciò detto, decidemmo di provarci comunque, convinte dell’importanza della divulgazione scientifica e consapevoli che il successo di un progetto segue dalla passione e dal piacere di chi lo realizza: nel Sailing Quantum Tour le mie più grandi passioni, la fisica quantistica e la vela, si sarebbero fuse nelle mie attività preferite: fare ricerca, insegnare e veleggiare».
Come poteva fallire?
«La possibilità che il progetto fallisse o si interrompesse era considerata, sia perché la navigazione richiede che barca e marinaio siano sempre in ottimo stato, e ciò non poteva essere assicurato, sia perché avevamo ben chiaro che un dirigente scolastico che si fosse sentito proporre un incontro sulla meccanica quantistica tenuto da una pazzerella, ancorché sufficientemente titolata, che stava facendo il giro d’Italia in solitaria su un guscio di noce a vela, avrebbe trovato la cosa a dir poco bizzarra. Infatti all’inizio molte scuole non rispondevano neppure, finché il passaparola fra professori ha smosso le acque.
Il vero cambio di passo è avvenuto quando, nel gennaio 2024 e grazie all’impegno della Lega Navale di Portoferraio e della sua Presidente Lorena Provenzali, il progetto ha ottenuto il patrocinio della Presidenza Nazionale della Lega Navale Italiana: l’impegno dei delegati alla scuola delle molte sedi che hanno ospitato me e la piccola Whisper lungo le coste italiane ha fatto sì che si realizzassero decine di incontri con studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari alle università.
Quando le scuole hanno chiuso i battenti, all’inizio di giugno, la disponibilità di delegati regionali e presidenti mi ha permesso di continuare a parlare di meccanica quantistica a tutti coloro che arrivavano curiosi negli spazi che le diverse sedi della Lega Navale mettevano a disposizione, per trascorrere in modo inusuale una calda serata estiva».
Ha scelto di intraprendere questo viaggio a partire dall'Isola d'Elba a bordo di Whisper, una piccola barca a vela, in solitaria. Quali sono le motivazioni dietro questa scelta?
«Non son partita per fuggire, ma per non dover tornare sempre al porto base, cioè Portoferraio. Arrivavo di fronte all’Argentario, guardavo verso sud e sentivo il desiderio di andare oltre quella linea di orizzonte. Vedevo tutto quel mare e immaginavo l’emozione di scoprire luci e colori diversi, lungo una costa dal profilo sconosciuto.
Volevo andare a vedere cosa c’era oltre i confini del mio mare, un bisogno non diverso da quello che nutre il lavoro di ricerca, quando si intravede la possibilità che oltre il comfort delle cose capite e conosciute ci sia la sorpresa e l’entusiasmo di un’idea nuova o di un fenomeno straordinario.
Non ho scelto di viaggiare in solitaria; piuttosto ho capito che non avrei rinunciato al mio sogno solo perché nessuno lo condivideva o poteva viverlo insieme a me. Ho incontrato i miei limiti e li ho fissati: devi star bene, aver dormito e fatto una buona colazione, il modello di previsione meteo più pessimista deve indicare non più di 15 nodi di vento, non più di 23 di raffica, non più di 1 metro di onda e niente temporali. Se non hai voglia di mollare gli ormeggi, non lo fare. Se ti fa male un polso, un ginocchio, o qualcos’altro, resta in porto.
La libertà di decidere in cuor proprio, senza compromessi o deleghe ad altri membri dell’equipaggio, è faticosa e richiede esercizio, ma protegge dai rischi di una navigazione non del tutto serena.
Infine, affrontare questo viaggio con la piccola Whisper, una barca a vela di 19 piedi (meno di 6 metri), non è stata una scommessa ma una necessità, visto che non avevo altre barche a disposizione. Ma non sarei partita se non avessi saputo che Whisper era una barca eccezionale, le cui ridotte dimensioni non mi avrebbero impedito di arrivare a Trieste.
E poi le barche hanno bisogno di muoversi in mare, sono nate per quello. Se le tenete ferme, in acqua o a terra, intristiscono e pian piano muoiono: Whisper è la mia barca da decenni e non potevo partire se non con lei, mi fido di lei e ne comprendo il linguaggio. Mollare gli ormeggi con Whisper è stato un atto di amore nei suoi confronti e di rispetto per le mie capacità».
La fisica quantistica, per i non addetti ai lavori, può sembrare un qualcosa di, se non impossibile, estremamente difficile da comprendere. Ha senso far avvicinare quindi le persone a questo tema, e se sì, il Sailing Quantum tour può essere un mezzo utile alla causa?
«La percezione che abbiamo della fisica quantistica come teoria di difficile comprensione dipende da fattori storici, sociali e culturali. Storicamente la meccanica quantistica è una teoria orfana: non nasce da una bella idea di qualche fisico geniale (come la rivoluzione copernicana, la meccanica di Newton, l’elettromagnetismo di Maxwell, o la relatività di Einstein) ma da cumuli di dati sperimentali che strattonavano in ogni direzione le leggi della fisica classica e con esse le convinzioni degli scienziati illuministi e il senso comune dell’uomo occidentale.
La teoria viene costruita obtorto collo e a spizzichi e bocconi da molti diversi fisici, alcuni dei quali, come Albert Einstein, pur avendo contribuito a svilupparla non l’hanno mai accettata, convinti che si trattasse solo di una momentanea deviazione che prima o poi ci avrebbe ricondotti alla fisica classica. Non è stato così, anzi.
A partire degli anni ‘60 questa nuova fisica spiega, descrive e prevede la stragrande maggioranza dei fenomeni naturali; è sulle sue leggi, insieme a quelle della gravità, che si fonda il nostro universo.
È chiaro che un secolo di difficoltà da parte dei fisici stessi nel comprendere la teoria e distillarne gli elementi fondamentali ne ha rallentato la percolazione fuori dagli ambienti accademici. Frasi come la famosa “Se pensate di capire la meccanica quantistica, non capite la meccanica quantistica” di Richard Feynman non hanno aiutato, mentre le infinite variazioni sul tema del gatto di Schrödinger e i molti paradossi variamente raccontati hanno contribuito a creare l’immagine di una teoria difficile, a tratti inaccettabile.
Ma la meccanica quantistica non è difficile, è semplicemente… oltre: oltre l’esperienza quotidiana, oltre il senso comune, oltre quella che crediamo essere l’evidenza, oltre quella che Einstein chiamava “realtà”. Le rivoluzioni scientifiche infatti sono in primis rivoluzioni culturali.
Perciò non solo ha senso, ma è molto importante far avvicinare le persone a questa nuova visione del mondo. Non a caso le Nazioni Unite hanno promosso il 2025 come “International Year of Quantum Science and Technologies” , un’iniziativa che ha fra le sue motivazioni quella di “…contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica circa l’importanza e l’impatto della scienza quantistica e delle sue applicazioni in ogni aspetto della vita”.
Tornando al Sailing Quantum Tour, è stato solo uno dei tanti modi possibili per fare divulgazione, sufficientemente bizzarro da riflettere il carattere dei contenuti che si proponeva di comunicare. Se, come credo, ha costituito uno strumento potente è stato perché gli incontri con gli studenti e gli eventi nei porti erano parte di un viaggio di esplorazione, con una programmazione che aveva il respiro delle previsioni del tempo e una cornice ben diversa da quella tipica di un festival della Scienza o di una lectio magistralis: per questo ho sempre avuto l’impressione di raccontare un’avventura, ancorché scientifica e filosofica, e spero di aver nutrito il desiderio di intraprenderne una simile».
In ogni porto, offre lezioni e incontri per studenti e conferenze pubbliche sulla meccanica quantistica. Quali sono state le reazioni più sorprendenti o memorabili del pubblico durante queste sessioni?
«La reazione dei ragazzi nelle scuole è quella più sorprendente per i professori, che sono assai nervosi, prima degli incontri. Hanno paura che gli studenti siano impreparati o indisciplinati e si scusano con me in anticipo. Ma i ragazzi non deludono mai: attenti, curiosi e pieni di fantasia. Si pongono anche molte questioni di principio e riescono a immaginare situazioni che non son mai venute in mente neanche a me che di meccanica quantistica mi occupo da decenni.
Hanno un cervello giovane e sono molto meno affezionati di noi adulti a un’esperienza quotidiana che per loro è ancora poco radicata. Credo che capiscano di essere la prima generazione “quantum”, e mi sembra che siano contenti di questo.
La domanda più memorabile è saltata fuori a Crotone, durante un incontro presso la bellissima sede della Lega Navale, in fondo al lungomare. Un sacerdote mi racconta di un Santo locale, fra i cui miracoli si annovera anche quello di essere stato presente in più posti contemporaneamente.
Poi mi chiede: “Alla luce di questa nuova fisica, possiamo spiegare questo miracolo e attribuirgli un valore scientifico oltre che religioso?”. Dopo un attimo di esitazione, mi ha salvato Galileo: citandolo, ho notato che “Scienza” è quella componente del nostro sapere che deriva dall’applicazione rigorosa del metodo scientifico, ovvero dalla possibilità di ripetere più e più volte lo stesso esperimento nello stesso modo e nella stessa identica situazione, per verificare la riproducibilità del risultato. Se questo non è possibile, come nel caso dei miracoli, non è necessario negare la possibilità che un certo evento si sia verificato, ma non possiamo annoverarlo fra le evidenze scientifiche. Il sacerdote mi è sembrato soddisfatto».
Dopo il completamento del periplo d'Italia e il ritorno a Portoferraio ha in mente altri progetti?
«In questo momento i progetti sono solo idee senza nome, perché i 343 giorni sulla piccola Whisper e le 2240 miglia solcate grazie alle sue vele mi hanno dato talmente tanto che a distanza di mesi sono ancora impegnata a metabolizzare quel che è successo.
Nei mesi passati mi è mancato molto lo studio che nutre ogni ricercatore, fatto di silenzio, riflessione, concentrazione e ragionamento. Quindi sono tornata volentieri a fare ricerca insieme ai colleghi con cui collaboro da anni, che mi hanno pazientemente aspettata e aggiornata.
Dopo essere rientrata ho capito che l’insegnamento nelle aule universitarie mi ha regalato la capacità di raccontare storie, e farlo con piacere. E visto che adesso ho proprio una bella storia da raccontare, lo farò! nei tempi e modi che mi risulteranno più naturali. Infine, ovviamente, voglio tornare a veleggiare: intorno all’Isola d’Elba, che resta il luogo del mio cuore e uno dei più belli fra quelli che ho visitato, ma anche in Corsica, in Sardegna e un giorno, perché no, lungo la costa che dalla Liguria conduce a Gibilterra. Devo considerare l’aspetto economico e la compatibilità con il mio lavoro di ricerca, ma spero di riuscire a trovare la quadra».
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